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Mettete formazione nei vostri capannoni

«Oggi le nostre aziende non investono in formazione, ma in macchinari e capannoni: perché le persone possono andare via, i capannoni e le macchine no».

Enzo Rullani insegna Economia della Conoscenza alla Venice International University. Da anni fa ricerca su temi strategici per le imprese chiamate a compiere il grande salto dal fordismo al capitalismo globale: crisi della modernità, lavoro e management nell'impresa, terziario innovativo.

Professore, perché le nostre aziende non investono come dovrebbero in formazione?
Perché sia preso in considerazione, l'investimento in formazione permanente deve essere conveniente per le aziende. E oggi non lo è. Perché un dipendente adeguatamente formato potrebbe diventare un concorrente o rivendersi sul mercato del lavoro. In questo scenario, l'azienda non ha interesse a investire in un lavoratore.

Che cosa potrebbe incentivare un'azienda a cambiare idea?
La partita si gioca sul tavolo della contrattazione. Bisognerebbe mettere a punto un contratto che faccia leva sulla partnership: io, azienda, investo su di te, lavoratore, e tu ti impegni a lavorare con me per un arco di tempo concordato. Con questo tipo di contratto compiremmo una rivoluzione a costo zero nel mondo del lavoro.

E se il lavoratore non rispetta il contratto?
Dovrà restituire i soldi che l'azienda ha investito per formarlo.

Una rivoluzione…
Guardi, stiamo parlando di un rovesciamento dei principi alla base dello Statuto dei lavoratori. In un mercato globale, dove il posto di lavoro, soprattutto quello meno specializzato, è a rischio, il punto chiave per difendere i lavoratori non è il diritto al posto di lavoro. Ma il diritto all'apprendimento.

Se l'imprenditore non deve più garantire il diritto al lavoro, perché dovrebbe garantire l'apprendimento dei lavoratori?
Il passaggio è culturale e obbligato. Nell'economia della conoscenza un'organizzazione deve fare manutenzione non solo ai macchinari, ma anche alle sue professionalità. L'azienda post-fordista deve assumere l'obbligo di fare manutenzione al capitale intellettuale che "acquista", stipendiando i lavoratori. Nessuno lascerebbe un macchinario senza manutenzione per decenni. Perché accettiamo che questo avvenga per un lavoratore?

I macchinari restano, i lavoratori vanno.
Come vede torniamo al punto da cui siamo partiti. Ma questo è un approccio perdente. Noi saremo difendibili solo cambiando il tipo di intelligenza che abbiamo in azienda. Il punto chiave è la competitività: l'azienda non è competitiva se non ha intelligenza. Il lavoratore non è competitivo se l'azienda non gli permette di creare delle competenze. E un lavoratore formato non solo eroga delle conoscenze, ma ne genera di nuove. Dobbiamo creare dei presupposti per il lavoro intelligente.

Un'altra rivoluzione?
Noi non abbiamo mai affrontato il tema della formazione considerando il valore della formazione in termini di competitività: intelligenza che genera specializzazione reversibile. Lavoratori cioè altamente specializzati, ma anche in grado di adattarsi a nuovi contesti aziendali. E soprattutto capaci di auto-organizzarsi.

Anche la specializziamone è diventata un ostacolo allo sviluppo aziendale?
Può diventare un problema. Le aziende oggi hanno lavoratori che non sono in grado di auto organizzare il loro lavoro. La specializziamone non deve mancare, ma deve essere reversibile. E non deve impedire ai lavoratori di uscire dalla routine: oggi fai questo, ma tra quattro mesi devi abbandonare il tuo compito, ragionare in astratto ed essere in grado di specializzarti in altro. Oggi questo vale anche per gli operai che svolgono un lavoro apparentemente ripetitivo. In realtà la divisione del lavoro non regge più: con l'evoluzione tecnologica in fabbrica ogni mese entra un nuovo macchinario o si disegna un nuovo processo.

Come si mette in atto tutto questo?
Con una sperimentazione innovativa. Oggi le aziende separano nettamente l'attività innovativa dalla routine. Questo condanna la maggior parte dei lavoratori a svolgere attività ordinaria.

Lei sta parlando delle divisioni Ricerca & sviluppo, fiore al'occhiello di molte aziende. Sono da abolire?
Devono evolvere. Non devono più essere un piccolo nucleo di persone che produce cose nuove. L'innovazione deve diventare procedura. Questa è l'ennesima rivoluzione da fare. Molto spesso le imprese sottovalutano il fatto che tutti i lavoratori devono essere tenuti a innovare.

Intervista pubblicata su Sole 24 Ore di mercoledí 30 novembre 2011