Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Università tra ricerca e innovazione

La ricerca usa soldi per produrre conoscenze. L'innovazione usa conoscenze per produrre soldi. C'è università solo dove si fa ricerca. Non c'è università dove si fa solo innovazione.
Distinguere tra i concetti di ricerca e innovazione e definirne il loro rapporto con l'istituzione universitaria è il primo passo da compiere per comprendere il ruolo, il valore, degli spinoff del sapere: aziende nate per valorizzare, sul mercato, le attività scientifiche svolte all'interno delle università e degli enti pubblici di ricerca.

Il primo caso italiano risale al 1971. Da allora, secondo uno studio del Main Lab della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa (presentato in anteprima sul Sole 24 Ore del 10 novembre), gli enti pubblici di ricerca più fertili sono stati il Politecnico di Torino, l'Università di Bologna e l'Infm-Cnr (da cui sono nati, rispettivamente, 49, 42 e 37 spinoff). Seguono le università di Perugia, Padova, Udine, Cagliari, la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, il Politecnico e la Statale di Milano.
Complessivamente, dal '71 a oggi, le imprese nate in Italia dai frutti della ricerca pubblica sono 802. Nello stesso periodo, in America, la sola università di Stanford ne ha generati 2.400: tra cui Hewlett Packard, Apple, Sun Microsystem, Cisco Systems, Logitech, Excite, Yahoo! e Netscape. Qualcosa, in Italia, non ha funzionato. I dati sembrano suggerire che il nodo è proprio nel rapporto tra ricerca, risorse e innovazione.

Nel sistema italiano i fondi pubblici per la ricerca scarseggiano. Questo ha costretto l'università a snaturare gli spinoff, utilizzandoli sempre più come strumento per finanziare, indirettamente, la ricerca di base. Lo fa vedere, con chiarezza, un dato dell'indagine del Main Lab: oltre la metà dei fondatori di spinoff universitari non interrompe l'attività di ricerca né abbandona il proprio posto di professore o ricercatore. Risultato: la ricerca produce conoscenze sottraendo risorse a chi, quelle conoscenze, potrebbe trasformarle in valore d'impresa.
Sull'altro fronte, quello dell'innovazione e del trasferimento tecnologico, le conoscenze prodotte in università non riescono ancora ad attirare sufficienti risorse. I dati della National venture capital association dicono che nel 2009 gli investimenti in venture capital in Italia sono stati pari allo 0,01% del Pil (percentuali inferiori si registrano solo in Grecia, Slovenia e Croazia). Negli stati uniti i ventur capital investono, ogni anno, una somma pari allo 0,2% del Pil Usa. Il dato peggiora ulteriormente se si considerano gli investimenti di venture capital in start-up: in Italia non si va oltre lo 0,001% del Pil. Risultato: mancano risorse per fare innovazione, intesa come trasferimento tecnologico.

In questo contesto il confine tra ricerca e innovazione resta un nodo da sciogliere. Un nodo che ha origini culturali. E storiche. Nel 1980 gli Usa approvano il Bayh-Dole Act: un provvedimento con cui cambieranno il destino delle università, non solo quelle americane. Grazie a quella legge i governi hanno incentivato le università a far fruttare economicamente la proprietà intellettuale. Con risultati virtuosi, come quelli di Stanford. Ma con qualche controindicazione: il Bayh-Dole Act ha incoraggiato, nelle università, un'attitudine al rischio d'impresa, alimentando uno spirito competitivo tra i diversi atenei. Non solo sui processi di innovazione. Ma anche sulla ricerca.
La maggior parte delle conoscenze dello scorso secolo sono chiuse a chiave nelle accademie di tutto il mondo. Un freno alla rete del sapere e dello scambio di conoscenze. Un'ipoteca sulla ricerca, che non a caso sta percorrendo vie alternative. Nel 2001 è nato il movimento "open access": oggi esistono circa 1.700 depositi aperti di conoscenze promossi da università e istituti di ricerca e 5.000 riviste scientifiche pubblicate in modalità "open access".

La ricerca usa i soldi per produrre conoscenze. Non deve produrre valore. E infatti non lo fa. Solo 167 dei 27.322 brevetti detenuti da 192 università e centri di ricerca pubblici negli Usa hanno ricavato più di un milione di dollari. Come dimostra l'analisi statistica condotta da Massimo Colombo, Diego D'Adda e Evila Pivai («The contribution of university research to the growth of academic start-ups: an empirical analysis» – Journal of technology transfer, Springer 2009), la qualità della ricerca scientifica fatta presso le università fa aumentare i tassi di crescita delle imprese spinoff attive sul territorio: mentre l'orientamento commerciale delle attività di ricerca – usare soldi per fare ricerca che produca soldi – ha effetti negativi sul loro sviluppo. Perché gli spinoff sono aziende nate dall'università per creare valore fuori dall'università. Non producono conoscenze: se ne nutrono.