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Facoltà di cambiare

Prendendo come punto di riferimento il 1530, il Carnegie council ha calcolato che sono 66 le istituzioni del mondo occidentale che esistevano in quell'anno e che esistono ancora oggi in una forma riconoscibile: le chiese Cattolica e Luterana, i parlamenti dell'Islanda e dell'Isola di Man e 62 università.

Nel passato le università si sono distinte per la continuità storica, e possiamo aspettarci che questo accada anche nel futuro. Come altre istituzioni hanno attraversato guerre, rivoluzioni, fasi depressive, trasformazioni industriali: ne sono sempre uscite meno cambiate della maggior parte dei settori delle società di cui erano parte integrante. Conservando organizzazioni e funzioni.
La storia dell'università è una storia di successo iniziata nel XII secolo. Letta con una visione di lunga durata, la parola è viva. Ma l'istituzione oggi attraversa una nuova crisi. Quasi ovunque il modello tradizionale non funziona: è saltato l'equilibrio tra costi, qualità della ricerca e diritto allo studio. Mentre governi in affanno con la spesa pubblica riducono le risorse: solo nel nostro paese i fondi per l'università passeranno dai 7,49 miliardi del 2009 ai 6,05 del 2012 (-19,2%).

Serve un nuovo inizio, ma questa volta c'è una novità: il successo penetrante di internet. La rete ha messo in crisi modelli di business e cambiato la società, mentre le università sono ancora fatte quasi esclusivamente di aule e relazioni tradizionali. Ma fino a quando? Il Berkman center for internet & society dell'università di Harvard e il Centro Nexa del Politecnico di Torino si sono chiesti se e come la storia dell'università può continuare nel tempo cambiato che stiamo vivendo (University and cyberspace: reshaping knowledge institutions for the networked age - Politecnico di Torino, 28-30 giugno).
Secondo Charles Nesson, docente alla Harvard law school e co-direttore del Berkman center, per l'università «è giunto il momento di assorbire quello che le interessa nella crescita di internet». L'ipotesi è suggestiva: l'istituzione non si scioglie su internet, ma si presenta come una rete di sapere. La comunità si integra in nuove infrastrutture, sia architettoniche che virtuali. Le dinamiche sono già visibili. Nel 2001 è nato il movimento "open access". Oggi esistono circa 1.700 depositi aperti di conoscenze promossi da università e istituti di ricerca e 5.000 riviste scientifiche pubblicate in modalità "open access".

Per capire la portata di questo fenomeno bisogna fare un passo indietro, fino al 1980. È l'anno del Bayh-Dole Act: un provvedimento con cui gli Usa influenzeranno notevolmente la storia delle università, non solo quelle americane. «Sulla scia di quella legge – spiega Alma Swan, che dal 1996 promuove l'open access attraverso l'organizzazione Key perspectives – i governi hanno incentivato le università a far fruttare economicamente la proprietà intellettuale. Hanno incoraggiato un'attitudine al rischio d'impresa. Hanno alimentato uno spirito competitivo tra i diversi atenei». Il risultato per il sistema economico è stato modesto: solo 167 dei 27.322 brevetti detenuti da 192 istituzioni pubbliche degli Usa hanno ricavato più di un milione di dollari. Il risultato per l'economia della conoscenza? La maggior parte delle conoscenze dello scorso secolo sono chiuse a chiave nelle accademie.
La rete sta però favorendo l'apertura del mondo accademico. Fra qualche decennio il Bayh-Dole Act potrebbe essere solo una breve parentesi, «un'aberrazione nella storia delle università che ha sviato l'istituzione dal ruolo che aveva in origine», come la definisce Martin Hall, vice rettore dell'università di Salford, a Manchester, nel Regno Unito. Per lui la vita accademica «è una donazione della proprietà intellettuale». La comunità di Salford, con il Manifesto di Manchester, sta lavorando a un deposito digitale ad accesso aperto, in cui saranno catalogati anche contenuti oggi conservati solo in forma analogica.
Nel 2008 Harvard ha avviato il progetto «Rights retention open access policies». Vi hanno aderito 13 tra scuole, college e università (tra cui il Mit di Boston). La politica prevede che i docenti conferiscano alla facoltà i diritti sulle loro ricerche. L'atto è unico e riguarda tutte le ricerche (su richiesta però gli autori possono non aderire): la facoltà le diffonde in modalità open access, mentre gli autori conservano la possibilità di pubblicare con editori esterni, i quali naturalmente non potranno annullare i diritti già acquisiti dalle facoltà. L'idea funziona: «Gli articoli per cui gli autori chiedono all'università di rinuncia ai diritti sull'open access sono solo il 5% del totale», spiega Stuart Shieber, docente di Harward.

Il cammino è segnato. Alma Swan lo spiega così: «Anche se, paradossalmente, tutti i fautori dell'open access smettessero di dare il loro sostegno, l'open access ci sarebbe lo stesso: perché i nativi digitali considerano il contrario semplicemente assurdo». I nativi digitali sono ora studenti universitari. Giovani con una visione globale. Lo dimostrano i dati dell'Atlas of student mobility. Tra il 2001 e il 2008 gli studenti nel mondo che decidono di formarsi all'estero sono passati da 2 a 3 milioni. Quelli che hanno scelto un ateneo cinese sono cresciuti del 500 per cento.
Studenti che si spostano per inseguire il nuovo là dove accade. E sfatano un'illusione: il cyberspazio non implicherà il crollo dello spazio fisico. Secondo Antoine Picon, docente di storia dell'architettura ad Harvard, accadrà l'opposto: «La dispersione online delle attività di ricerca verrà bilanciata da un accresciuto bisogno di creare nodi fisici nella rete del sapere globale». Da internet passerà la riaffermazione della centralità delle università: istituzioni vive nello spazio fisico e nel tempo secolare.

Commenti

Il tuo articolo mi pare pervaso di un certo ottimismo, non che io sia contro. E' solo che non so, e volendo sapere, trattandosi anche del mio futuro, cosa ne pensi di questo articolo invece?

http://fabristol.wordpress.com/2010/07/28/lettera-ai-ricercatori-del-futuro/

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