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Tecnoartigiani e visionari

Nel 1974 Giancarlo Losma era un agente di commercio squattrinato, con tre passioni: i robot raccontati da Isaac Asimov, i personal computer, l'ambiente. Fantascienza, informatica, ecologia: tre direttrici lungo le quali, in modo diverso, è possibile indagare, scorgere il futuro. Acquisire vantaggi. Muoversi nella giusta direzione.
L'agente di commercio oggi è presidente-fondatore della Losma spa e guida l'Ucimu, l'Associazione costruttori italiani macchine utensili, robot e automazione. Probabilmente ha più soldi di quanti ne avesse nel 1974. Di sicuro, con le sue passioni, ha generato molto valore. Tutto inizia con l'odore dell'olio nelle officine meccaniche. «C'era sporco ovunque, si respirava a malapena – ricorda Losma –. L'odore di macchine utensili era un odore che appagava: a noi del settore piaceva entrare in officina e sentire nell'aria l'olio refrigerante. Poi, con gli anni, abbiamo capito che era un odore nocivo, un piacere traditore». L'occasione della vita spunta visitando un'officina meccanica. «Vidi un prototipo che attirò la mia attenzione: era un aspiratore per depurare l'aria e catturare le nebbie oleose prodotte dalle macchine utensili». Dopo aver "piazzato" i primi dieci pezzi, Losma decide di avviare la produzione, in collaborazione con quella piccola officina che oggi è fornitore della Losma spa, azienda che esporta in tutto il mondo sofisticati depuratori per l'aria e per i liquidi refrigeranti delle macchine utensili. Un'azienda con 65 dipendenti, tra Italia ed estero, che prima della crisi fatturava 11 milioni all'anno (scesi a sei nel 2009).
L'azienda ha da poco presentato il filtro "Green heart", un sistema brevettato per filtrare l'aria composto unicamente da fibre vegetali, «che non richiede emissioni di Co2 né in fase di produzione né in fase di smaltimento». Il rilancio della società passa da una visione precisa, il green business. Un modo per afferrare il futuro mentre il mercato, travolto nella crisi, ha fatto un tuffo nel passato arretrando di ben cinque anni. Lo dicono i dati Ucimu: l'indice degli ordini raccolti sul mercato estero è tornato al livello registrato nel 2005. C'è un segnale di ripresa, però. Nel primo trimestre di quest'anno l'indice degli ordini di macchine utensili ha fatto segnare un incremento del 15,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (+18,5% se si considera solo il mercato estero).
Da sola, la ripresa, non basterà. Per agganciarla serviranno artigiani del l'innovazione. Che rischiano per anticipare il futuro. Lo dimostra la storia della Salvagnini, multinazionale specializzata in macchine robotizzate capaci di riprodurre qualsiasi oggetto modellando fogli di acciaio. Nel 1975 l'ingegnere Guido Salvagnini – «un genio con un carattere difficile», come lo ricorda Francesco Scarpari, oggi presidente della società – sposta la sua impresa da Milano in Veneto, inseguendo sovvenzioni per industrializzare zone agricole. Si specializza in impianti automatici per trasferire oggetti di lamiera da una pressa all'altra. Tra i primi pezzi lavorati, anche i cofani dell'Alfa Romeo Duetto. Poi arriva una commessa importante dal l'industria militare per la fornitura di armadietti in metallo. L'ingegnere inventa una macchina computerizzata capace di dar forma alla lamiera in modo automatico. Era il 1977. «Quella macchina era innovativa – racconta Scarpari – in anticipo sui tempi di almeno dieci anni. Non fu capita, non ebbe successo: ma portò innovazione e fece crescere l'azienda».
A metà degli anni Ottanta un grosso ordine della General Electric impose il passaggio dalla dimensione artigianale a quella industriale. La richiesta: costruire una fabbrica interamente automatizzata. «L'ingegnere lavorò per nove mesi solo per questa commessa. Poi passò altri nove mesi negli Usa per farla funzionare». Alla fine tutto funzionò e la Salvagnini divenne un punto di riferimento nel settore in tutto il mondo. Nel 1990 la voglia di inseguire l'innovazione portò l'ingegnere a imboccare una strada cieca: destinò personale e risorse in ricerche e sviluppo per la realizzazione di macchine per modellare non lamiere, ma blocchi solidi, da cui ottenere prodotti finiti. Ancora una volta era avanti sui tempi. Non c'erano le condizioni di base: mancavano, per esempio, computer con sufficiente potenza di calcolo. Le macchine per asportazione sarebbero arrivate più avanti. L'azienda si indebita e le banche non danno più fiducia all'ingegnere. La Salvagnini trova però una via d'uscita al suo interno: un gruppo di collaboratori, tra cui Scarpari, convince una cordata di finanziatori, rileva e rilancia l'azienda, che oggi impiega 1.100 dipendenti e fattura 250 milioni di euro all'anno (dato che nel 2010 scenderà a 150 milioni, a causa della crisi).
«Due anni fa abbiamo sposato una tecnologia russa per il taglio di materiali – spiega Scarpari –. Sfrutta il laser a fibra: l'energia è convogliata da tanti moduli in un solo fascio, trasportato via fibra ottica. La fibra è piccolissima e concentra l'energia in un decimo di millimetro: una "lama" capace di tagliare metalli fino a 18 millimetri di spessore». Il laser a fibra ha una resa doppia rispetto a quella del laser tradizionale, segna una nuova frontiera nel taglio dei materiali e le sue applicazioni sono ancora da esplorare. Per farlo, la multinazionale Salvagnini prova a precedere, di nuovo, il futuro. Come un bravo artigiano.
da Nòva24 del 27 maggio 2010