Luca De Biase partecipa - con un pezzo uscito oggi sul Sole 24 Ore cartaceo, poi ripreso online – al dibattito sul futuro del web aperto domenica scorsa dal direttore del Sole 24 Ore Gianni Riotta, con questo editoriale.
Il punto di partenza del pezzo di Luca è una domanda: come cambia il modo di pensare di chi si immerge nella Rete? Una prima risposta è affidata alle parole del filosofo Remo Bodei:
"Immerse nella Rete, le persone hanno l’esperienza di un iperpresente nel quale tutte le conoscenze sono accessibili. Ma accessibili nello stesso tempo. È un’enorme ricchezza e un cambio di prospettiva".
La Rete è una ricchezza, che percepiamo infinita, di conoscenze. In quanto tale è un supporto per la scrittura della realtà. Un supporto che ha cambiato le nostre pratiche. Perché internet è uno strumento. Ancora definito "nuovo". E come tutti i nuovi strumenti impone a chi li usa un esercizio: ridefinire le pratiche che a questo strumento fanno riferimento.
Internet contiene un’infinità di conoscenze e possibilità e dunque coinvolge molte delle nostre pratiche. Coinvolge noi stessi, travolgendo quello che siamo e quello che saremo. Perché ci rispecchia e perché lo rispecchiamo. Quello che siamo e che saremo appoggia quindi sull’uso di uno strumento, internet, che offre una ricchezza infinita di conoscenze e possibilità. Scrive Luca: “Il bello [della rete] è che niente impedisce a chiunque abbia un progetto in mente, di provare a realizzarlo”.
Ma l’infinito è la peggiore di tutte le gabbie. Lo avevano già capito gli antichi greci. Nel mare sconfinato del web scegliere è impossibile proprio perché troppe sono le possibilità. E così la troppa scelta rischia di paralizzare le scelte. Soprattutto quella più importante: la scelta tra quel che è vero e quello che non lo è.
Paralizzati nella ricerca del vero. Se fosse questo il pericolo da cui dovremmo guardarci? L’articolo di Riotta lo lascia intendere, a mio parere. E lo fa riportando le parole provocatorie dell’autore del saggio “The Wikipedia Revolution”, Andrew Lih, che ha scritto: “Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via [dalla rete], senza che nessuno se ne accorga”. Ma Riotta sa bene che sul web la verità non è presente con il contagocce. Teme piuttosto che la verità sia presente indistinta dalla menzogna. Teme la paralisi della ricerca della verità.
Che fare, allora? Propongo di capovolgere il problema e di aprire le porte a un’altra provocazione: Internet è il modello più calzante per rappresentare la verità. Questo appare vero per la verità della filosofia, che è relativa, ha un carattere transitorio, costituisce un intreccio di pratiche continuamente scioglibile. “La verità filosofica – ripeteva pacato il maestro Carlo Sini, a noi giovani studenti pieni di verità – è quel nodo continuo di relazioni nelle quali siamo travolti”. E Internet che cosa è se non un nodo continuo di relazioni nelle quali siamo travolti?
Se fosse quindi internet, con le sue relazioni, i suoi nodi, le persone che lo animano a essere un modello vicino – il più vicino? – alla verità; il più adatto a rappresentarla, perché entrambi – internet, la verità – condividono intrecci, complessità e anche, talvolta, l’essere in declino? Se è così, la nuova domanda è: come può aiutarci internet – la cui struttura ricorda quella della verità – nella ricerca della verità stessa?
Personalmente risponderei così: internet potrà aiutarci solo se accetteremo l’idea che le verità che abbiamo ricercato, scoperto e custodito con tanta fatica non esistono. Le verità sul mondo, sugli altri, quelle della scienza, quelle su noi stessi e sulla nostra reputazione. Dovremo avere il coraggio di accettare che il lavoro di una vita – quella vissuta fin qui – si riferisce a qualcosa che non c’è, a una soglia che è stata fissata e che immediatamente deve essere rimossa, nel gesto continuo di voler cominciare ancora, da capo – su internet, sui libri, che importa? – nel segno di un nuovo inizio.
Qualcuno dirà che una ricerca di verità che ricomincia sempre da capo – e in più immersa in internet, quella terribile gabbia senza confini fatta di nodi e relazioni che travolgono – è pura follia? Se accettiamo la sfida, a noi non resta che fare la nostra parte, perché tutti vedano questa follia. Poi, se faremo bene, se sapremo contagiare, emergerà anche la grandezza di questa follia.
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