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Come saremo

Non andiamo alla ricerca di ricette per guarire, ma partiamo dall’idea che prima o poi la crisi passerà. E allora domandiamo: quando la tempesta sarà finita, che mondo ne varrà fuori? E noi come saremo? Saremo migliori? Avremo opportunità da cogliere. Quali?

Ho fatto queste domande a tre visionari: Ezio Andreta (presidente dell’Agenzia per la ricerca europea), Andrea Bonaccorsi (docente di Economia e gestione delle imprese presso l’Università di Pisa) e Riccardo Viale (professore ordinario di metodologia delle scenze sociali presso l’Università di Milano-Bicocca).

Un riassunto delle nostre conversazioni è in un articolo pubblicato sul numero di Nòva in edicola oggi.

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INNOVATIVI dentro
Visioni di sviluppo oltre la congiuntura

I timori del presente
aumentano l’urgenza di cambiare.
Perché solo chi semina
raccoglie il futuro

di Antonio Carlo Larizza

«Le crisi sono sempre positive perché accelerano un processo di mutazione in corso». La voce di Ezio Andreta, presidente dell’Agenzia per la ricerca europea, è quella pacata di sempre. Pronuncia parole gravi con tono tranquillo, mentre come ogni visionario vede ciò che noi non vediamo. Parla e guarda come saremo. Poi spiega. «L’apice della crisi arriverà quando il sistema finanziario non sarà più in grado di garantire liquidità alle imprese. Scoppierà questa febbre terribile. Alcuni, i più deboli, salteranno. Gli altri non potranno che cambiare».

Sarà un Rinascimento e sarà un bene per tutti. «In questi anni – continua Andreta – la finanza aveva abbandonato l’industria e si era messa a giocare con se stessa». Per capirlo basta un numero: stando a una recente inchiesta dell’«Economist», il volume degli strumenti finanziari derivati oggi in circolazione supera di undici volte quello del Prodotto interno lordo mondiale. Un gigante d’argilla cresciuto e imploso nel mondo globalizzato. «Adesso che questo gigante è caduto – continua Andreta – la finanza tornerà lentamente a investire nell’industria». Ma quale industria?

In tempi di crisi e mutamenti, chi si oppone muore. Chi si adatta invece fa del surf: non sa dove l’onda lo porterà. «Eppure – spiega Andrea Bonaccorsi, docente di Economia e gestione delle imprese presso l’Università di Pisa – solo chi investe quando altri non investono può cogliere opportunità. Questo è quello che ci si aspetta dagli innovatori».

Serve una sorta di strabismo imprenditoriale che permetta di guardare alla domanda futura e non a quella corrente. Ma da sola la propensione al rischio non basta. Ci vogliono visione e cambio di paradigma. Come è accaduto in passato.

«La crisi petrolifera degli anni 70 – ricorda Bonaccorsi – ha messo in ginocchio la grande industria del l’auto americana. Ma ha dato un enorme spazio a quella giapponese, che era da tempo impegnata a sviluppare veicoli più piccoli ed efficienti. Poi, il modello giapponese ha rivoluzionato il mercato dell’auto ed è emerso l’intero paradigma post-fordista».

Più recentemente, Didier Leroy, vicepresidente europeo della Toyota, ha raccontato così una svolta visionaria destinata a cambiarci: «Quando lanciammo la Prius con motore ibrido, ormai dieci anni fa, ci fu chi rise e chi ci diede dei folli. Oggi nessuno ride più. I concorrenti si stanno convincendo anche loro che il fattore ambientale è destinato a giocare un ruolo sempre più importante nella scelta dell’auto. Ma si rendono conto di aver accumulato un grosso ritardo». Visione che trova una conferma anche in quello che emerge da un rapporto sull’auto del futuro pubblicato in questi giorni da Ibm: entro il 2020 l’industria produrrà solo auto elettriche.

Anche la crisi economica del 1987 ebbe un effetto catartico. Di nuovo la finanza era in crisi. Come se ne uscì? Con l’ascesa della Silicon Valley, trainata da internet. Poi fu la bolla del 2000 a produrre una nuova selezione naturale: e quando si abbassò la polvere fu chiaro che ancora una volta la distorsione era stata finanziaria, non industriale.

E oggi? Pur nel pieno della crisi si possono scorgere casi imprenditoriali di successo. Alla base ci sono scelte compiute guardando lontano. Basta pensare alla Germania, dove da tempo pubblico e privato investono nella filiera delle tecnologie sostenibili. Dall’inizio dell’anno a oggi, mentre l’indice tedesco Dax ha perso il 43,6%, tra i pochi titoli che hanno retto all’impatto della crisi, gli unici non anticiclici per definizione sono quelli di due aziende attive nel settore del fotovoltaico: la Repower System (+53,70%) e la Ersol Solar (+43,62%). Un segnale tangibile anche negli Usa dove, nello stesso periodo, la Fuel system solution (società che sviluppa carburanti alternativi per il mercato dell’auto) ha guadagnato l’89,29% mentre l’indice Nasdaq perdeva il 37,7 per cento. Casi che sembrano suggerire che un mercato rinnovato dalla crisi potrebbe non sposare l’idea, oggi dominante, secondo cui le nostre speranze per un futuro verde sono troppo costose. Uno sviluppo consapevole potrebbe invece essere percepito come meno costoso rispetto a rischiose alchimie finanziarie.

E se questo è vero anche la crisi potrebbe non durare a lungo. È l’idea di Riccardo Viale, professore ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso l’Università di Milano-Bicocca e autore del libro «Le nuove economie», dedicato ai limiti del l’economia neoclassica, quella implosa nelle scorse settimane. Viale è convinto: «La recessione ci sarà, ma non durerà a lungo. Nell’epoca della conoscenza, così come il contagio è veloce, anche il recupero avviene in modo rapido».

Non a caso in California c’è già chi parla della Staminal Valley: grazie a un referendum statale che ha superato i veti imposti dall’amministrazione Bush sulla ricerca sulle cellule staminali, è stato sbloccato un finanziamento pubblico da tre miliardi di dollari che – insieme a capitali privati che stanno affluendo proprio nei giorni del crollo di Wall Street – favorirà la crescita di start-up nate dalla collaborazione tra industrie biofarmacotecnologiche, nanotecnologiche e informatiche.

Sono segnali che vengono da quello che già oggi emerge in superficie. «Temo però che di tutto questo inizialmente non vedremo traccia – spiega Bonaccorsi –. Nei prossimi mesi ci aspetta una serie di tristi notizie. Gli effetti della crisi saranno sotto gli occhi di tutti».

Ma, passata la febbre, la sfida – per il mondo della finanza, dei venture capitalist e anche per quello dei media – sarà la stessa: andare a caccia di coloro che preparano il futuro. Sapendo che hanno già cominciato.

Pubblicato sul numero di Nòva24 di giovedí 16 ottobre 2008