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I vicini della nuova Bocconi

Giuliano Brambilla è un milanese. Ha quasi 60 anni. Vive di fronte alla nuova Bocconi. La settima scorsa ha letto. Ha guardato. Poi mi ha scritto una lettera. Poche righe educate, per raccontare quello che vede ogni mattina. Il suo giudizio si può condividere o non condividere. Ma comunque è un giudizio informato. E quindi prezioso…

Mi piacerebbe che alla sua lettera – che trovate nel seguito di questo post – si aggiungessero anche quelle di altri vicini…

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Sono uno degli abitanti delle case di viale Bligny, uno di quelli che…..tanto hanno angustiato i progettisti.
Cinque anni fa avevamo di fronte tanto spazio libero. Non ci si illudeva vista l’ appetibilità del terreno. Ma la fantasia correva e si sperava di veder sorgere delle case, magari ben fatte (dopo tutto siamo a dieci minuti a piedi da piazza del Duomo e si vendono case nuove a 10000 euro al mq) e vedere mamme e bambini scorrazzare per la via, ora invece abbiamo di fronte un muro, pardon ‘il muro’ del pianto, come tutti quelli che mi vengono a trovare lo chiamano. Infatti a chi osserva la costruzione di lato, l’ edificio non mostra le sfinestrature laterali, concesse solo a chi ‘ammira’ l’edificio dall’ ingresso. Abitargli davanti è come avere di fronte un enorme altissimo muro, destinato passati un paio di anni, a divenire sporco a causa dello smog del traffico inquinante e coperto, fino a che mano umana possa arrivare, di scritte di writers nostrani e di dandy ticinesi (svizzeri per meglio capirci) che scesi in città lo ricopriranno di scritte senza senso come già è stato fatto per tutte le case del viale.
Altri più immaginifici ci chiedono se è un nuovo modello di carcere.
Chi ha deciso l’ ampiamento perchè non ha creato una nuova Bocconi più fuori, verso Assago, con tanto verde intorno ed una bella fermata della metropolitana. Vendendo i terreni e così finanziandosi anche parte della costruzione.
Non paghi vogliono creare un nuovo, suppongo, mostro nella ex centrale del latte, ma perchè?
Vogliono condannare una parte della città che non si era troppo sviluppata verso sud, a causa delle nebbie padane (del passato) , a rimanere ingabbiata fra edifici anonimi ed ostili (ci girano le spalle per pudore della loro bruttezza?) e telecamere gabellanti che fanno pagare l’ accesso a quei dieci minuti a piedi di strada verso il Duomo, senza risolvere i problemi dell’ inquinamento, altresì aggravati dalla perimetralità alla zona ztl.
Da milanese quasi sessantenne non credevo proprio di vedere tante scempiaggini in soli duecento metri di Milano.
Dopo i tanti disagi dovuti a cinque anni di lavori, rumore, polvere, sporco, fango per le strade, parcheggi scomparsi etc almeno la soddisfazione di vedere una bella cosa, luminosa, magari un pò monumentale, ma che fosse in armonia con il contesto urbano e almeno ne rispettasse la dignità.
Invece la montagna a partorito il topolino, pardon il topolone.
”E’ come un grattacielo sdraiato” dicono gli ideatori: a Milano si dice ‘ l’era talment brutt che l’ han tra gio’ subit? (ndr. era talmente brutto che l’ hanno buttato giù subito).
Giuliano Brambilla