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Allenare la mente

Fitness

Oggi Nòva dedica la storia di copertina alla scelta dell’università. Allargando, però, gli orizzonti. Così la guida alla facoltà diventa internazionale: dalla Tsinghua University di Pechino, all’Istituto Weizmann di Tel Aviv, passando per l’Iitk di Kanpur, in India – raccontato con sapienza da Marco Masciaga – fino al Centre for Culture and Technology di Toronto. Solo per citare alcuni esempi.

Una lettura consigliata alle aspiranti matricole. Io ho raccontato la storia di chi ha scelto di vivere per conoscere, attraversando il mondo per tenere allenata la mente.

Nel seguito di questo post trovate l’articolo in versione integrale. Grazie ancora a Enfan, Cristina, Ugo, Marco e Gaetano (vi aspettiamo tra i commenti).  Chi sono? Lo scoprirete leggendo.

Fitness CULTURALE
Occasioni cosmopolite per migliorarsi continuamente

Gli esami non finiscono mai
e le scuole non hanno confini
nell’epoca della conoscenza:
ecco il fascino discreto dei luoghi
dove si tiene in forma la mente

di Antonio Carlo Larizza

Liu Enfan, 6 anni, è nato in Cina, a Shanghai, ma da 18 mesi vive a Milano. Ha seguito i suoi genitori, venditori ambulanti a caccia di un domani con lineamenti occidentali. Enfan, Nicola per gli amici italiani, frequenta la prima elementare, in una classe di 28 bambini. Ogni martedì incontra Cristina, 23 anni, laureanda in mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Milano.

Cristina aiuta Enfan a familiarizzare con l’italiano, e da lui assorbe ogni suono pronunciato in cinese. Mentre si scambiano i vocabolari, entrambi guardano i propri sogni riflessi negli occhi dell’altro: Enfan fantastica un futuro tutto italiano, Cristina vorrebbe tornare a Shanghai, dove l’estate scorsa ha trascorso tre mesi per un viaggio-studio. Enfan e Cristina sono due cervelli in movimento. Non fuggono, ma si lanciano alla rincorsa delle loro occasioni. Si stanno formando, allenano la loro mente in un processo di aggiornamento che inizia a sei anni e durerà tutta la vita.

Nell’era della conoscenza, il futuro individuale è aperto. Lavoratori e studenti ne sono consapevoli. Secondo l’edizione 2007 del rapporto The universum graduate survey, formazione e aggiornamento gratuiti sono i benefit più desiderati dai laureati europei. In un sondaggio a risposte multiple, questa voce è stata preferita dal 61% del campione. La voglia di accrescere il sapere supera – tra le altre cose – il desiderio di poter contare su straordinari pagati (60%), di ricevere prestazioni mediche a condizioni vantaggiose (25%) o di guidare un’auto aziendale (17%). La situazione non cambia in ufficio: secondo uno studio del Centro di ricerca sull’organizzazione aziendale dell’Università Bocconi, un terzo dei lavoratori considera l’aggiornamento e la crescita professionale più importante della retribuzione.

Oggi, le migliori occasioni di aggiornamento passano da esperienze formative che fanno dell’internazionalizzazione il loro punto qualificante. Gli esperti lo chiamano learning by travelling. Negli ultimi 20 anni, il più importante programma per la mobilità studentesca, l’Erasmus, ha permesso a 1.524.736 studenti dell’Europa allargata di imparare viaggiando. Dall’Italia ne sono partiti 173.299, quasi tutti durante il soggiorno di studi all’estero avevano più di 20 anni. Ma qualcosa sta cambiando.

Oggi, l’appuntamento con il resto del mondo è anticipato. La scelta di formarsi nei luoghi dell’eccellenza e oltre i confini nazionali può essere compiuta insieme a quella che riguarda la facoltà universitaria. Le occasioni non mancano, come mostrano le storie di copertina pubblicate alle pagine 8 e 9. Piuttosto, per i 14enni del terzo millennio si apre una sfida dentro la sfida: uscire dalle rotte dei circuiti formativi tradizionali per andare a scoprire il nuovo che accade in quelle zone del mondo dove artigiani di futuro – spinti da economie che corrono senza affanno – stanno indagando inesplorate possibilità delle arti e della tecnica.

Non sembri un’occasione per pochi. Il campus della Shanghai university of finance and economics (Shufe), per esempio, offre stanze a partire da 9 dollari al giorno, mentre nei palazzi poco distanti dall’università i prezzi calano a 5-6 dollari. Una camera nei pittoreschi quartieri coloniali costa 200 dollari al mese. Prezzi impensabili in molte città studentesche italiane.

Difficile, ovviamente, accedere ai luoghi dell’eccellenza. Un numero per tutti: l’Indian institute on management ad Ahmedabad seleziona ogni anno 300 studenti partendo da 175mila candidature. Qualcosa di simile avviene alla Kyoto university in Giappone o alla Tonji university di Shanghai.

Si tratta di istituti formativi basati su criteri meritocratici, animati da un corpo docente internazionale e in continua formazione. Capaci di plasmare manager globali e nati per assecondare le richieste di un mondo che ha fretta. La Corporate executive board, multinazionale specializzata in ricerche su formazione e strategie aziendali, ha calcolato che tra 4 anni le prime 500 aziende americane perderanno circa la metà dei loro senior, causa pensionamento.

La formazione continua e permanente diventa così un imperativo anche al di là dell’ambiente universitario. Nel 2000 l’Unione europea ha avviato il Lifelong learning programme, per la formazione lungo tutto l’arco della vita. Mentre l’Undesa, il Dipartimento delle nazioni unite per gli affari sociali ed economici, risponde alla sete di aggiornamento con i programmi "junior professional officer" (Jpo) e "associate experte programme" (Aep), attraverso cui gli stati si impegnano a pagare la formazione stanziando fondi per la cooperazione allo sviluppo. Ogni anno l’Undesa contribuisce alla formazione di decine di tecnici, agricoli, ingegneri, economisti, biologi, che sentono il bisogno di crescere professionalmente.

Ugo, 30 anni appena compiuti, è uno di loro. «Sono arrivato in Kenya – racconta – grazie a una borsa di studio dell’Undesa. Atterrato a Nairobi, ho lavorato per i primi 7 mesi a un progetto Onu sull’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione all’interno dei Parlamenti africani. Successivamente, ho iniziato a occuparmi del digital divide per la Computer aid international, una Ong inglese». L’organizzazione ricicla pc usati in Inghilterra e seleziona quelli in ottime condizioni per commercializzarli a basso costo nelle scuole dell’Africa e dell’America Latina. Negli ultimi 10 anni ha distribuito più di 90mila computer.

Nonostante la laurea in tasca, la mente di Ugo continua ad allenarsi, giorno dopo giorno. «Dovendomi occupare di settori in veloce evoluzione – racconta – dedico molto tempo alla formazione costante. Spesso si tratta di autoformazione, che realizzo visitando i progetti che seguo in numerosi paesi africani, dal Ghana al Mali, dallo Zambia alla Tanzania». A chi è rimasto a casa, Ugo spiega: «Tenete gli occhi aperti. Internet ha in parte democratizzato l’accesso alle opportunità di lavoro all’estero. Io ho trovato il mio attuale lavoro perché era segnalato in una newsletter ricevuta via email».

La voglia di conoscenza ha spinto invece Marco, 30 anni, fino a Caracas. Dottorando presso la Essex University (Regno Unito), Marco studia come nascono le democrazie. Non solo con i metodi statistici. Sfidando la precarietà del ricercatore, trascorrerà due mesi all’Universidad central de Venezuela, per completare la sua tesi di dottorato. «L’Ateneo – racconta per immagini – brulica di banchetti e studenti politicizzati. Una radio diffonde musica per i corridoi. I professori hanno una formazione internazionale». Poi, come se stesse già prendendo appunti, continua: «Attraversare la città è pericoloso, le politiche del governo favoriscono la micro-criminalità. Due giorni fa un occidentale è stato ucciso per un paio di scarpe». Formarsi vuol dire anche scommettere. E rischiare.

Come ha scommesso e rischiato Gaetano, 29 anni. A tre settimane dalla laurea, ha frequentato uno stage per la Banca mondiale. Dopo sei mesi, è stato assunto presso l’ufficio centrale europeo della stessa organizzazione. Poi, la scommessa, fatta per il desiderio di continuare a studiare. Questa volta, sul campo. «Mi sono licenziato dalla Banca – racconta – e ho accettato di partire come volontario del dipartimento della Protezione civile in una missione a Rumbek, Sud Sudan». Lì oggi coordina un progetto per far nascere una scuola professionale in un’area poverissima del Sud Sudan, sostenuto da un gruppo di volenterosi (e visionari) imprenditori friulani. Formando, non smette di formarsi. E come accade ogni giorno a Cristina, Enfan, Ugo e Marco, anche per lui vivere e conoscere sono una cosa sola.